Nel 1947, ormai sessantenne e provato dalla guerra , il Cavaliere se ne stava in disparte nella sua Palermo.
Qualche ora dopo trovo’ la soluzione che cercava per il nome della corsa delle Madonie. Accadde che in Quai aux Fleurs nei pressi di Notre Dame, si attardasse in attesa di prendere una carrozza che lo portasse all’Opèra per assistere a un concerto di Ravel. Era in frac e con il bastone di malacca in mano.
Se la prima impressione è quella che conta, io dovrei conservare della Targa Florio un ricordo sgradevole, come di mal di mare. Poichè era autentico mal di mare quel malessere che mi aveva assalito verso la fine dei lunghi 108 chilometri del Circuito delle Madonie, la prima volta che li percorsi, dopo aver infilato, una dopo l'altra, tutte quelle curve; quante non so dirvi, benchè mi fossi prefisso di, contarle. Il caso non era nuovo: lo stesso Bordino aveva dovuto una volta farsi sostituire durante la corsa; lo stesso Werner, all'arrivo della sua gara vittoriosa,aveva dovuto sottrarsi temporaneamente all'entusiasmo dei suoi ammiratori per riconquistare il senso della terra ferma. Perchè il Circuito delle Madonie non è un percorso stradale come tanti altri sia pure celebri per le loro difficoltà è una burrasca di curve che dura per oltre cento chilometri. A percorrerlo in corsa, alle medie che oggi si raggiungono, si ha più l'impressione di trovarsi su dì un motoscafo alle prese con le più capricciose onde marine, che non su di una macchina stabilmente piazzata su quattro ruote. Avete mai provato a contare le onde del mare? Compito piuttosto arduo; no? Ebbene lo stesso sarebbe volere contare le curve del Circuito delle Madonie. C'è chi dice che sono 1500; chi dice che sono più di 2000; chi non meno di 5000. Io non posso dirvelo per via del mio mal di mare; ma è certo che sono tante, tante,e l'una diversa dall'altra, e l'una all'altra vicinissima, sì che giustifico l'impressione ella burrasca di curve in cui venni a trovarmi in quell'indimenticabile primo giro del Circuito, caro a Vincenzo Florio, non per nulla armatore di navi e di organizzazioni; amatore e campione degli sports meccanici in terra ed in acqua. Con più calma rifeci quelle strade, ed annualmente da cinque anni vi ritorno, ed in me modesto spettatore aumenta l'ammirazione per questa gara e sempre più capisco il fascino che essa esercita sugli appassionati della guida. E' il fascino della difficoltà e del rischio. Il vero automobilista non ama le strade facili, come il vero marinaio non ama il mare tranquillo. Il guidatore che ha portato a termine non importa se primo od ultimo una Targa Florio deve provare lo stesso orgoglio del nocchiero che ha condotto in porto la nave attraverso la tempesta. Perchè per potere fare una Targa Florio non bastano qualità comuni di guidatore, occorre quella che si dice classe, ossia quel complesso i doti che fanno del guidatore una artista della guida. Ed anche questo non basta. Campioni di grido, gente che ha fatto migliaia e migliaia di chilometri in corsa e che conta le vittorie a decine in gare di ogni genere, quando corre la Targa o, incomincia la preparazione parecchie settimane, e magari qualche mese, prima. Le difficoltà della Targa Florio non sono una leggenda. Se lo fossero, la leggenda sarebbe caduta da un pezzo, e invece la gara siciliana rimane la corsa che consacra il campione, e quando si dice, in Italia ed all'estero: il tale ha fatto la Targa è come dire:« giù il capello, è un campione sul serio ».E non per nulla quando si parla delle difficoltà di un percorso s'usa dire: « è una piccola Targa Florio »; se poi lo senti dire all'estero come io tante volte l'intesi ti gonfi d'orgoglio perchè la Targa Florio è una sola ed è vanto dell'automobilismo italiano. E come in Italia vengono da tutte le parti del mondo per ammirare le bellezze della nostra terra, i capolavori della nostra arte, le vestigia della nostra civiltà millenaria, così in Italia s'ha da venire per vivere - come attore e come spettatore questa gara che non ha l'eguale. E quando un costruttore italiano o straniero che sia vuole dar lustro alla sua marca e garantire la bontà della sua produzione e delle sue vetture, non ha da scegliere che questa gara, la sola, che agli occhi del pubblico di tutto il mondo dia il responso che non si discute. Remota o recente, la consacrazione della Targa l'ebbero tutte le grandi marche europee. E' ormai ventidue anni che si corre la Targa e ne son passati degli uomini e delle macchine nelle memorabili battaglie che si sono combattute nel nome del grande pioniere siciliano. Se tu ne rifai la storia è tutto l'automobilismo italiano che passa dinanzi ai tuoi occhi, come in una visione, con le sue manifestazioni liete o tristi, con i suoi campioni, con le sue conquiste. Ed al tuo cuore di italiano e di sportivo la Targa Florio appare allora non più come una comune manifestazione di tecnica o di sport o di propaganda, ma come l'espressione più completa e più potente delle nostre conquiste in un campo che sembrava precluso a noi popolo di artisti, di poeti e di guerrieri. E Cerda, Polizzi, Campofelice, Caltavuturo risuonano al tuo orecchio come nomi di battaglia e di vittorie. Piccoli, grigi paesi sperduti sullo squallido altipiano delle Madonie, che hanno la loro storia e che ventidue anni or sono ebbero la ventura di salutare nella prima battaglia la prima vittoria italica che aveva nome « Itala ».
Giovanni Canestrini
Dal numero unico del 1966
« Io sono forse l'amico dal punto di vista sportivo meno adatto a ricordare Vincenzo Florio, questo indimenticabile personaggio del mio tempo. Conobbi Florio quand'ero ancora giovanissimo. Passai con lui tutta l'infanzia, ne combinammo, veramente tante. Molti particolari di questa sentita amicizia non li ricordo più, ma alcuni mi sono rimasti bene in mente. Poi lasciai Palermo e con Palermo lasciai Vincenzo Florio. Mi trasferii a Messina, poi a Roma e per molti anni non vidi più il mio caro amico. Credevo di averlo perduto. Ma ritornato a Palermo sono andato a trovarlo nella sua sontuosa villa dell'Arenella. Da quel momento il nostro legame divenne più saldo, la nostra amicizia più intima. Non credevo assolutamente di ritrovare un amico che ritenevo perduto. Invece assieme divennimo sempre più uniti. La sua morte poi mi ha profondamente addolorato.
Chi era Florio mi chiede? Tutti ormai sanno chi era Florio. Quale era il suo spirito, la sua personalità. Tutti conoscono bene le sue iniziative, le sue opere, il valore di quest'uomo. A me non resta che confermare in pieno quanto è stato detto. Tutto insomma su questo classico e straordinario personaggio del nostro secolo è stato detto, ma forse qualche episodio del quale sono stato anch'io protagonista è inedito, non è mai stato raccontato.
Ed eccomi brevemente:
Alla periferia di Messina avevo delle proprietà e da li un anno mi capitò di assistere al passaggio dei concorrenti partecipanti al Giro di Sicilia. Nelle vicinanze della mia tenuta ci fu uno dei concorrenti che per far più presto, per marciare più veloce aveva escogitato di evitare la polverosa strada ed aveva preferito salire per un certo tratto, abbastanza lungo, sulle linee ferrate riservate ai tram.
Questo concorrente fece in modo che le ruote della sua vettura filassero dritte sulle rotaie. Ad un tratto però vidi la vettura saltare in aria e cadere in un fossato. Cosa era successo? La strada sulla quale poggiavano le rotaie per un certo tratto per una cunetta, non esisteva e le rotaie poggiavano su una specie di piccolo ponticello, piccolo quanto la larghezza delle rotaie. Quel concorrente era Vincenzo Florio. Ma per fortuna lui e il suo compagno restarono incolumi e tutto fu risolto con qualche cerotto e con la vettura completamente distrutta. Vincenzo Florio finì lì quel Giro di Sicilia e assieme restammo ad osservare gli altri concorrenti diretti a Palermo verso la conclusione della corsa. Ne pensava tante quel Florio!».
FILIPPO CIANCIAFARA
(dal Numero Unico della 51^ Edizione Automobile Club Palermo)