Tu scrivici quello che vuoi, l'importante è che mi manda tre macchine.
Una parola.
Per me, giovanotto che credeva di sapere tutto dello sport, Ferrari era il «Drago di Maranello»; non potevo mettere giù a casaccio quattro righe per chiedere al creatore della Casa che vinceva sulle piste di tutto il mondo tre preziose (e costosissimi) «gioielli dell'industria motoristica italiana».
Proprio mi sembrava irriverente.
Vincenzo Florio mi guardava stranito: aveva grande stima dell' «Ingegnere» ma in fondo lo giudicava «uno che non ha mai vinto la Targa».
«Avanti, scrivici !».
Ma a quella lettera proprio non riuscii a dar forma, e tante altre non ne scrissi. Come potevo chiedere, per esempio, ad aziende che hanno miliardi di fatturato, pubblicità senza nemmeno specificare dove, come e in che spazio l'avremmo piazzata?
Insomma fu un vero fallimento e mi venne in uggia quel polveroso ufficietto (due stanze in casa Florio, sepolte da quadri e da valanghe di ricordi) che aveva alla porta l'ampollosa etichetta di «Comitato Organizzatore».
Mancavano sì e no venti giorni alla corsa, mi chiedevo chi mai avrebbe potuto parteciparci. Mi sembravano tutti degli inguaribili ottimisti: lui, quel gran vecchio in bretelle e pantofole, e la sua piccola corte, Corrado Dirkes, Vincenzo Gargotta, l'avv. Marasà e il prof. Palmeri.
Mi accorsi d'aver torto quando un giorno accompagnai il «Cavaliere» alla Regione. Mi aspettavo indifferenti uscieri alle porte. E invece fu tutto
un sussiegoso «Baciamo le mani, Cavaliere». E lui passava, scamiciato e coi sandali, di stanza in stanza sino allo studio del Presidente. «Domani, voglio le strade riparate». «Faremo il possibile, Cavaliere». Uscii impettito. «Diavolo d'un uomo - pensavo - che abbaglio che ho preso».
Ma mi affascinò del tutto più tardi. Quando, smontando dalla carrozzella, il cocchiere gli chiese una cifra esosa. «Amo a campare tutti, signurì». «Sì - gli rispose - ma tu non hai un nonno così»: e gli indicò quell'lgnazio Florio di marmo che troneggia sulla piazza, il fondatore della famiglia-dinastia che anticipò a Palermo la «rivoluzione industriale».
«Mi paghi un'altra volta» - fece, piccolo, 'u' gnuri'. Così finalmente
capii il fascino di don Vincenzo Florio. E capii anche perchè alla corsa, pochi giorni dopo, parteciparono cento auto in una babele di lingue, di motori e di folla (mezzo milione di persone). Era il 1955, l'anno della fantastica «cavalcata» delle Mercedes. Ma io, di quell'edizione leggendaria, non ne trassi la benchè minima porzione di vanto: me n'ero andato dall'organizzazione, sfiduciato e pentito, prima che il Cavaliere mi dicesse che ero un buono a nulla, lui che a ventidue anni aveva «inventato» quella corsa che è ancora oggi ilfiore all'occhiello della Sicilia più evoluta.
Da quell'anno non mancai mai più alla Targa.
Prima ne avevo viste poche, sbiadite edizioni: una credo nel 1939 (devo guardare il retro della foto che mi vede attaccato ai pantaloni di papà, in una tribuna di legno messa sù lungo i viali della Favorita); le altre, quando la Targa era abbinata al Giro di Sicilia, attratto dalla popolarità soprattutto calcistica del barone La Motta, e del principe Raimondo Lanza. Ma a Cerda, laggiù tra le Madonie, era proprio un'altra cosa. Tutto è spettacolo: la levataccia mattutina, l'acre odore del carburante che si spande tra i covoni di grano, i contadini con la coppola del giorno di festa al bivio di Scillato, lo sparo dei mortaretti ad ogni «passaggio» alla fine del rettilineo di Buonfornello, le montagne di arancine e l'orda delle formiche.
E poi i «bolidi, i piloti, le loro tute, le loro magnifiche donne: un'orgia di colori e di sensazioni». Crescevo si può dire una «Targa» alla volta, come ogni palermitano. Ed è naturale che mi siano più care, quelle della giovinezza: la seconda vittoria di Maglioli nel 1956, Gendebien che si presenta con la testa fasciata (al ritorno da Cerda, dove si era imposto con la Ferrari in coppia con Musso, aveva capottato con una 500).
Poi l'altoparlante non chiamò più «Tubolino, si presenti in tribuna, dal Cavaliere». Don Vincenzo se n'era andato per sempre ad Epernay, in una bella morte tra filari di «champagne». Ma la sua creatura restava viva con Cecé Paladino a succedere al grande nonno, a dare del «tu» in ogni idioma a costruttori e a piloti, in un tripudio di felice disorganizzazione.
L' «armata - Porsche» trionfava nel 1959; poi i furenti duelli con la Ferrari; «il giallo della patente» di Vaccarella, nel 1963, quando Bonnier e Abate sgominarono sette Ferrari; l'ecatombe di macchine, in un giorno di tregenda del 1964 che vide sbucare primo al traguardo il barone Pucci e infine il «ritorno di Maranello» e il primo successo del «preside volante» in coppia con Bandini. Il resto dei più vividi ricordi li lasciamo ai più giovani.
Ora l'organizzazione, affidata all' Automobile Club, è un congegno ben lubrificato. Eppure la «novità» mi imbarazzò tanto che, chiamato all'ufficio stampa, declinai l'invito. Come dire che, accettando, avrei tradito il muto rimprovero di Don Vincenzo ? E così commisi anche l'imperdonabile «gaffe» di deludere il povero, caro, dott. D'Anna, uno degli uomini che ha contribuito a rendere «favolosa» la Targa.
«Favolosa», soltanto?
Dici «Targa» e in qualunque parte del mondo hai un argomento di conversazione che ti rende orgoglioso di essere siciliano. Sarà retorica, ma per chi non ha fatto l'esperienza di emigrare. Per me no: è realtà, intrisa di struggente nostalgia. E’ una fitta al cuore che provo, ogni anno, quando laggiù è primavera inoltrata e qui a Torino è ancora la stagione delle piogge. Scendi nelle strade e avverti nelle officine tutta un'animazione insolita. Adesso mi sono abituato a non chiedere più perchè. Un giorno mi rivolsi a un certo Fusina (che ha un florido negozio di accessori, una miriade di altre attività e lascia tutto in asso per essere sempre presente con una vettura di piccola cilindrata) e ne ebbi una risposta: «Ma non sa che domenica si corre la Targa? ».
Pensavo che quest'anno, con tutto il suo daffare, vi rinunziasse.
L'ho abbordato proprio ieri: «Ci va anche questa volta, che non è più prova di campionato mondiale?». E lui, quasi seccato: «che mi importa? Io alla Targa ci vado perchè la amo, deve essermi entrata nel sangue».
Me lo diceva Don Vincenzo: «Scrivici, quello che vuoi. A me basta fare un fischio e vengono tutti a Cerda, e senza condizioni».
Non sapeva però (o forse sì ?) che lì a due passi sarebbe venuta anche la Fiat a impiantare uno stabilimento, ad occupare centinaia di siciliani, a fare dell'anello della Targa una valida pista di collaudo.
GIUSEPPE DRAGOTTO
(tratto dal “Numero Unico” della Targa Florio del 1974)